venerdì 29 maggio 2020

29 MAGGIO // FESTA della LOMBARDIA


Il mio contributo scritto per Terre di Lombardia

Nell'844° anniversario della Battaglia di Legnano, che vide contrapporsi i liberi comuni riuniti nella Lega Lombarda da un lato e l’Imperatore Federico Barbarossa dall'altro, come ogni anno ricorre oggi la Festa della Lombardia.

Una giornata di ricordo, celebrazione e festa che non può non assumere quest’anno un significato particolare ed ancor più sentito.

Parole da scrivere ve ne sarebbero così tante che non basterebbe l’intera giornata per leggerle, ma l’unica che veramente ci sentiamo di vergare è “GRAZIE”.

GRAZIE a tutti coloro che in questi mesi sono stati impegnati nelle strutture sanitarie della nostra regione, come in tutto il mondo, per curare le persone colpite dal coronavirus.

GRAZIE a tutti coloro che hanno prestato un lavoro prezioso ed indispensabile per contrastare l’emergenza quali le aziende impegnate nella sanità, i farmacisti, le forze dell’ordine, il corpo nazionale dei vigili del fuoco, i volontari, ecc.

GRAZIE alle donne ed agli uomini che hanno continuato a lavorare nei settori indispensabili.

GRAZIE ai lavoratori autonomi, agli imprenditori e alle aziende che hanno fatto grande la Lombardia per resistere in un momento di estrema difficoltà.

GRAZIE a tutti i cittadini della Lombardia per il senso di responsabilità che hanno mostrato, e continuano a dimostrare, nell'attenersi alle prescrizioni emanate dalle autorità.

GRAZIE a tutti coloro che da altre regioni e nazioni hanno espresso la loro solidarietà nei confronti della Lombardia in questi mesi difficili.

GRAZIE anche a quanto hanno mostrato al mondo la propria ignoranza e imbecillità insultando la Lombardia ed i suoi cittadini, che non serbano rancore, ma anzi vi invitano quanto prima a venire da noi per curare nelle nostre strutture il vostro disagio mentale.

GRAZIE a TUTTI! 😌
GRAZIE di CUORE! ❤️

martedì 31 marzo 2020

INDIPENDENZA | Vox esorta Sánchez a sopprimere l’autonomia della Catalogna


Articolo per "La Voce del Nord"
L’estrema destra di Vox, il partito di Santiago Abascal che ha sempre sostenuto l’istituzione dello stato di allarme sul coronavirus, ora chiede di andare oltre. Nel quadro del dibattito sull'estensione di questo provvedimento, in corso al Congresso spagnolo, il gruppo parlamentare di Vox ha inviato le sue proposte al partito socialista del premier Sánchez. In totale ce ne sono una ventina, tra cui spiccano la centralizzazione di “tutti i poteri” della Generalitat catalana e la sospensione dei provvedimenti di grazia per i prigionieri politici.
La prima delle proposte riguarda l’autogoverno della Catalogna. Sebbene sostengano che “ogni amministrazione manterrà i poteri conferiti dalla legislazione vigente nella gestione ordinaria dei suoi servizi per adottare le misure che ritiene necessarie”, fanno un’eccezione: la Catalogna. “In via eccezionale, nel caso della Comunità autonoma della Catalogna, tutti i poteri autonomi saranno assunti dall'autorità competente definita nell'articolo 4” del decreto sullo stato di allarme, sottolineano gli estremisti nel loro documento.
Quanto ai prigionieri politici a favore dell’indipendenza, ma senza menzionarlo, Vox afferma anche che durante la validità dello stato di allarme viene sospeso l’iter di qualsivoglia provvedimento per la concessione della grazia.
Nulla di nuovo sotto il cielo del centralismo degli stati nazionali, a dimostrazione che il filo rosso (e nero) che vorrebbe smantellare le autonomie e le libertà corre e si rafforza in ogni dove, basti pensare alle farneticazioni del direttore del “Fatto Quotidiano”, nonché sponsor di peso del grillismo, Marco Travaglio contro la autonomie regionali in Italia.

lunedì 30 marzo 2020

POLITICA | Il virus “Italia” colpisce ancora


Articolo per "La Voce del Nord"
«chiarisco che useremo anche un ALGORITMO per utilizzare i 400 milioni aggiuntivi dove c’è più bisogno e dunque erogando una somma maggiore a quelle amministrazioni dove c‘è un numero più alto di cittadini in difficoltà».
Così ebbe a parlare Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’ANCI, a proposito di criteri di ripartizione dello stanziamento annunciato dal governo nella giornata di sabato scorso.
Al che una persona di buon senso potrebbe pensare che tra i criteri individuati ve ne possa essere almeno uno che tenga conto dell’impatto dell’emergenza “coronavirus” sui territori, in termini di contagiati e vittime. Nulla di tutto ciò, tranne che per i 10 comuni del lodigiano oggetto della prima “zona rossa”.
Quali siano tali “criteri” è scritto nel documenti di Palazzo Chigi che riporta anche i risultati della ripartizione; in breve 320 milioni sono divisi sulla base della popolazione residente in ciascun comune ed i rimanenti 80 milioni sulla base di “indicatori” quali il reddito dichiarato.
Tradotto, chi più lavora e paga tasse meno riceve, mentre chi lavora in nero ed evade il fisco si vede arrivare cifre maggiori.
Alcuni esempi di facili di comprendere, non per tutti purtroppo, possono essere fatti comparando un paio di comuni lombardi spesso citati nelle cronache di queste settimane con loro “omologhi” in termini di popolazione residente ma situati in altre regioni.
Eccoli:
Alzano Lombardo 72.000 dei 320 milioni e ZERO degli 80 milioni contro i 120.000 (72.000 + 48.000) di Montesarchio (BN).
Crema 183.000 (di cui ZERO degli 80 milioni) contro i 330.000 (185.000 + 145.000) di Somma Vesuviana (NA).
Nulla di nuovo rispetto alla secolare tradizione italica, nonché nulla di strano nel momento in cui ministri della repubblica dichiarano di volersi prendere cura di chi lavora in nero, come i posteggiatori abusivi di Napoli, tanto per fare un esempio.
Ennesima “prova” di come il virus “italia” sia sempre altamente nocivo per i territori della valle del Po, da debellare quanto prima.

sabato 28 marzo 2020

ECONOMIA | Dacci oggi il nostro “reddito di cittadinanza”, che tutto si risolve…


Articolo per "La Voce del Nord"
Non è passata nemmeno una settimana dall’ultima “sparata” del Ministro delle Due Sicilie, al secolo Peppe Provenzano (quella sul regalare soldi a chi lavora in nero tipo la mafia n.d.r.), che appare stamane una nuova “ricetta” per bloccare la rivolta sociale che starebbe emergendo nel mezzogiorno, vale a dire persone che pretendono di fare la spesa nei supermercati “aggratis”.
Dalle pagine de “la Repubblica” l’ineffabile afferma che per evitare tale pericolo bisogna estendere il reddito di cittadinanza, sul quale proclama:
«Volevamo migliorarlo già prima del coronavirus, adesso diventa indispensabile. Rivedendo i vincoli patrimoniali, chi ha una casa familiare o dei risparmi in banca che non vuole intaccare oggi non può accedervi. Rafforzando il sostegno alle famiglie numerose. Rendendolo compatibile con il lavoro, per integrare il reddito se necessario. All’economia di sopravvivenza che non è solo al Sud, ma coinvolge anche autonomi, partite Iva proletarizzate, piccoli professionisti, occorre offrire una garanzia nella legalità».
E le ricorse chiede intervistatore, una patrimoniale?
«Ripeto, la parola d’ordine è: progressività. Quando sono nato io, nel 1982, l’aliquota più bassa era al 18 per cento e la più alta al 65. Oggi quella forbice si è ridotta e ha messo in ginocchio il ceto medio. Le formule per realizzare un fisco davvero progressivo possono essere inedite, ma l’obiettivo dev’essere chiaro: salvare il ceto medio. Sennò la polveriera esplode».
Un commento? Semplice, come da troppo tempo accade in quell’espressione geografica che volle follemente farsi stato l’unica ricetta che pervade le menti di una presunta classe dirigente è sempre quella. Elargire ricchezza prodotta da altri senza un progetto e una prospettiva di sviluppo, ma solo per “placare” pretese e fancazzismo.
Caro Peppe, è grazie a proposte come queste che i paesi del nord Europa alzano il dito per dire “scusate italiani ma ci fidiamo poco a darvi crediti e risorse illimitate se poi li usate per regalarli a chi pretende di fare la spesa senza pagare.”

giovedì 26 marzo 2020

A Crèma


O cara Crèma, la me Crèma cara,
   col Sère co la so bel’aqua ciara,
   ma pias i cios, i prat, le stradeline
   doe che canta i rosgos, le speransine.

Ché gh’è la casa de mi pore vècc,
   coi ní da le rundane sota i tècc:
   forse i’è amò i fioi di fioi di rundaní
   che gh’era al temp che sere piciní.

Vède ‘l pupà che l’era issé ‘n bun òm,
   che ‘l m’á ‘nsegnát a èe an galantòm;
   da me mama recòrde i’urasiú
   an di mument da le tribülasiú.

E te recòrdet che le sere bèle,
   col ciel spassat e crüelát de stèle,
   quand setát zo ‘n sö l’èrba dal nòst brol,
   tasìem töi du per sent al russignol?

Ché i munt luntá, i campaníi, le tère
   che sa spècia col cül an sö ‘n sal Sère,
   sii pör s’ciarat dal sul o da la lüna,
   i ciama ‘n penser car o ‘na persuna.

Gh’èm miga i munt, ma, quand gh’è ‘l ciel seré,
   i munt da Bèrghem i ta par lé issé:
   sa vèet fin, cume tante pegurine
   spantegade söi fianch, cese e casine,
   e ‘ncrüstat d’or, d’argent e altre culur
   che istès nu ta fa vèt gna ‘n brao pitur.

Gh’èm miga ‘l mar co l’aqua túrbia e amara,
   ma ‘l Sère co la so aqua dulsa e ciara,
   che ‘l ve zo, a zich e zàch, cume ‘n arzent,
   coi so paesèt anturne töcc splendént,
   traers i cios, i prat, le stradeline 

   doe che canta i rosgos, le speransine.

Ché dal Dòm par che ‘l sun da le campane
   al cünte di nòst vècc stòrie luntane,
   da tanti brai òm, che in altre sit
   a íghen ‘na metái i sa ciöcia i dit.

Ché gh’íem le müre ‘n doe Barbarossa
   l’á düít südá sanch a gossa a gossa,
   e, cume ‘ncó, i so degnissem disendent,
   an invensiú diabòliche sapient,
   i’ustagi i ligáa a le so torr, stö ròi,
   per vèt i nòst a massacrá i so fioi.

Ma l’á pudít dóma col tradiment
   a viga di cremasch al supraént;
   ché dal valur di vècc gh’è amó memòria:
   a inciòstre d0or l’è scrét an da la stòria.

Ché gh’èm le müre, i palàa e i’arch
   da la gluriusa tèra da san March,
   doe dòrma antich gueriér a cent a cent
   con tanc màrter dal nòst Risurgiment.

I’è ròbe da nagót, ma, töte ‘nsèma,
   le ma tègn ché ligat a la me Crèma
   da giòie santificada e da dulur,
   coi me mòrt che ma spèta arent a lur,
   an mèzz ai cios, i prat, le stradeline,
   doe che canta i rosgos, le speransine,
   senza sperá ‘n unur, an’atensiú,
   a spetá ‘l dé da mor cumè ‘n cuiú.

E adès se argü da Crèma urá sparlá,
  i’aará a che fa con me, i’aará a che fa.

di Federico Pesadori
(Vergonzana, 3 novembre 1849 – Bolzano, 8 aprile 1924)


tratto da "PROFILO della produzione poetica contemporanea in dialetto cremasco", a cura di Carlo Alberto Sacchi, edito da Leva Artigrafiche in Crema.