domenica 14 agosto 2011

SPL 2011/2012 | 4^, Celtic 5 - 1 Dundee Utd

Celtic continued their 100% run in the Scottish Premier League with a comfortable win against Dundee United.
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Celtic have taken nine points from their opening three matches in the SPL Anthony Stokes's fourth-minute header was cancelled out by Johnny Russell on the half hour with a close-range strike at the back post.
Gary Hooper's header gave Celtic a half-time advantage, before a superb second-half strike from Ki Sung-Yeung.

A 71st-minute Joe Ledley tap-in and a well-worked injury-time effort from James Forrest secured all three points.
The win puts Celtic one point behind league-leaders Motherwell at the top of the table with nine points from their opening three matches, while United slip to sixth place following last week's draw at home to St Mirren.
With just four minutes played, a sensational long-distance shot from Kris Commons gave the United keeper Dusan Pernis a scare, resulting in a corner from which Stokes headed in from six yards.
Celtic keeper Lukasz Zaluska fumbled a Keith Watson cross from the right but Russell couldn't get a foot to it before the Polish keeper pounced to correct his mistake.
As the half hour mark approached, Ki blasted in a powerful shot from 18 yards, but Garry Kenneth deflected it out for a corner.
United found the equaliser 14 minutes from the interval when Kenneth miscued a shot that drifted across the face of the Celtic goal for Russell to fire home, unmarked, from 10 yards out.
Celtic's lead was restored immediately when Hooper benefited from a header that rebounded off the United crossbar and wrong-footed Pernis. The English striker rose highest above the United defence on the goal line and nodded in.
After the interval, Commons struck the inside of the Pernis's left-hand post, but the ball rebounded back out to safety.
United continued to look dangerous with a John Rankin long-range free-kick in the 56th minute that curved past the post.
Scott Robertson crumpled in a heap inside the Celtic penalty area - but referee Craig Thomson was having none of it - then Celtic quickly counter-attacked with Commons laying off to Ki, who blasted in a terrific third goal from 17 yards.
Willo Flood flighted in a tempting corner that Kenneth headed inches past the Celtic post then, in a flurry of goalmouth activity, Russell was unlucky to see his header deflected out in a similar fashion.
Hooper powered into the United half on a solo run and struck for goal, but the ball went wide of the target and the former Scunthorpe man was stretchered off moments later after injuring himself in the process.
United were by no means down and out and continued to press their hosts with efforts from Flood and Russell, but Maloney provided the assist with a neat cut-back from the goal-line to allow Ledley the chance to tap in Celtic's fourth.
Maloney could have made it five after some clever footwork in the final 10 minutes of the match, but the substitute dragged his shot wide.
In the final minutes of the match, Rankin forced Zaluska to tip over an angled free-kick from near the goal-line, but United were simply going through the motions before Forrest finished off a well-worked team effort to strike home Celtic's fifth of the day from close range.

Saturday, 13 August 2011

Scottish Premier

Home TeamScoreAway TeamTime
Celtic5-1Dundee UtdFT
(HT 2-1)
  • Stokes 4
  • Hooper 33
  • Ki Sung-Yeung 58
  • Ledley 71
  • Forrest 90+1
  • Russell 31

sabato 13 agosto 2011

Comunicato Stampa - “SOCCINI (Lega): Sulla Movida contemplare le giuste esigenze di tutti nel doveroso rispetto delle regole”.

CREMA, 13 agosto 2011 – In merito alle polemiche sollevate in settimana, relativamente agli interventi di monitoraggio per il rispetto di norme e regolamenti da parte dei locali notturni e non solo, interviene Matteo Soccini consigliere comunale a Crema per la Lega Nord.

“Innanzitutto mi preme rimarcare come il rispetto da parte di tutti di norme e regolamenti per l’esercizio di attività aperte al pubblico sia un principio fondamentale del vivere civile di una comunità, ed in tal senso è positiva l’intenzione del vice sindaco Piazzi di procedere ad un monitoraggio della situazione specie laddove siano pervenute segnalazioni da parte della cittadinanza afferma il consigliere leghista Soccini che prosegue Recenti provvedimenti di chiusura di attività rivelatesi irregolari, supportati dalle relazioni della Polizia di Stato, dimostrano la fondatezza di un problema che non poteva rimanere chiuso in un cassetto”.

Conclude l’esponente leghista: “Come spesso capita la mera applicazione di quanto previsto dalla normativa non è il solo rimedio ad un problema che investe diversi attori in campo. Gli esercenti che devono rendere profittevole la propria attività, gli avventori dei locali che desiderano divertirsi, i residenti che reclamano quiete e gli amministratori pubblici chiamati a tutelare tutte queste esigenze. Un problema complesso che potrà vedere la giusta soluzione ricorrendo al dialogo ed al confronto costante tra le diverse parti, sotto la regia dell’amministrazione comunale.
In tal senso accolgo con favore l’intenzione dell’assessore al commercio Borghetti di riunire le associazioni di categoria per affrontare il problema.
Crema, grazie a coloro che hanno investito in bar, pub, locali, ecc., è divenuta negli anni un “polo attrattivo del divertimento” che travalica i confini provinciali; compito di tutti gli attori chiamati in causa supportarlo e svilupparlo nell’interessa comune di tutta la Città”.

mercoledì 10 agosto 2011

in ricordo di Gianfranco MIGLIO, a 10 anni dalla scomparsa.

Nel decimo anniversario dalla morte del Prof. Gianfranco Miglio (11 gennaio 1918 - 10 agosto 2001) ecco un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 28 dicembre 1975.  
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Chi vuole governare il paese riconosca il Nord

Il  presidente della Regione Lombardia in una intervista concessa al settimanale Il Mondo, mi ha recentemente chiamato in causa a proposito dell’idea di una “Padania” politico-amministrativa. È sostanzialmente vero che io pensi a questa prospettiva, e da molto tempo: dagli anni della Resistenza e dall’immediato secondo dopo-guerra, quando mi interessavo al movimento federalista “esterno” che si esprimeva nel foglio Il Cisalpino.
Ma ciò che già allora mi differenziava da quegli amici - e che mi distingue ora da eventuali compagni di strada - è un divario fondamentale di atteggiamento: io non mi preoccupo affatto di sapere se tale soluzione del “caso italiano” si debba o non si debba realizzare, se cioè sia giusta, bella, buona, e magari “progressiva”: penso sol-tanto che sia inevitabile. Nel senso che, se qualcuno vorrà governare questo Paese, non potrà mai farlo seriamente senza riconoscere che esso non fu mai né sarà mai - per una folla di ragioni - uno “Stato” unitario. Se in certi momenti l’amministrazione “nazionale” è sembrata funzionare, ciò è accaduto perché alcune parti del Paese erano politicamente “in letargo” e nelle altre le forze economico-sociali si autoregolavano, dando luogo - inconsapevolmente e quindi anche casualmente - ad un equilibrio la cui stabilità sarebbe entrata in crisi non appena fossero diventati necessari interventi eteroregolanti.
Negli anni Cinquanta e nella prima metà dei Sessanta, con una parte dei miei allievi, promossi e condussi una serie di ricerche nel campo della storia delle istituzioni, e sopra tutto della storia amministrativa italiana (ricerche a cui contribuirono poi studiosi di ogni scuola: per esempio anche i Ragionieri) dalle quali fra le molte altre uscirono dimostrate tre cose:
1) che le differenze “ereditarie” (e quindi non riducibili) - geoclimatiche, economico-sociali, istituzionali eccetera - fra le diverse grandi regioni della penisola, erano molto maggiori di quelle su cui si basava la separazione fra i principali Stati europei;
2) che la gestione unitaria dello Stato italiano era sempre consistita in un equivoco: cioè in un complesso di norme ed istituti solo formalmente “nazionali”, ma in realtà interpretati ed applicati, in ognuna di quelle grandi-regioni, in modi e misure tanto diversi da togliere ogni valore alla apparente omogeneità;
3) che le “Regioni” del Titolo V della Costituzione erano unità amministrative la cui dimensione corrispondeva tutt’al più alle esigenze dello Stato ottocentesco: tant’è vero che erano state “inventate” dai tecnici di governo liberali, specialmente piemontesi, tra il 1859 e il 1865: nel 1948 erano già largamente anacronistiche.
Queste conclusioni furono generalmente accettate dagli specialisti: ma nessuna forza politica si curò di trarre le conseguenze che ne derivavano sul piano operativo. Senonché nel frattempo, sempre sulla stessa linea di considerazioni, sono venute a galla due altre “verità” con le quali sarà davvero difficile evitare di fare i conti.


La prima riguarda il livello di “degrado” dell’amministrazione pubblica centrale italiana: per chi s’intenda un po’ di questi problemi è ormai chiaro che qui da un pezzo è stato ormai superato il punto del “non ritorno”. Nessuno - neppure la frazione più seriamente auto-ritaria dell’attuale classe politica italiana, e cioè i comunisti - riuscirà a restituire credibilità ed efficienza all’apparato amministrativo centrale di questo Paese. Tale apparato potrà sopravvivere soltanto se (a parte la politica estera e la connessa difesa) abbandonerà ogni illusione di poter gestire il governo-amministrazione in senso stretto, e si limiterà ad assumere (e a svolgere realmente) funzioni di coordinamento e di direzione.
L’impossibilità di restaurare l’antico modello di governo centrale dipende anche, e in misura essenziale, dalla seconda “verità” emergente: l’aumento accelerato dei servizi e delle prestazioni pubbliche, il continuo accrescersi dei rapporti fra i singoli e fra i gruppi, l’incessante differenziarsi delle esigenze e delle situazioni, rendono sempre più difficile anche alle più efficienti compagini statuali, continuare a gestire “direttamente” il potere, nelle sue diverse manifestazioni. Questo mutamento sfocia nella contemporanea ricerca di una “minore” dimensione ottimale su cui reimpiantare i ruoli tradizionali dello Stato, e di un tipo di funzione coordinatrice (da attribuire a livelli superiori, compreso quello dell’ex-Stato) rispetto al quale il vecchio modello “federale” appare solo un precedente storico. 

Alla luce di tale sviluppo, se lo Stato italiano appare troppo grande per governare, la Regione è invece troppo piccola. Si dirà che i politici hanno ben altro da fare che ascoltare le diagnosi dei politologhi: ma io sono fermamente convinto che quando il gran polverone sollevato sul “caso italiano” si sarà diradato, si dovrà riconoscere che questo Paese è ingovernabile per le ragioni strutturali di cui mi sono occupato fin qui. 

Contro questa prospettiva sono state sollevate, tra le altre, due principali obiezioni: una esplicita, l’altra meno. Comincio dalla prima. Si pensa che una aggregazione delle regioni padane (resa ovvia dalla omogeneità geo-politica ed economico-sociale) implichi un disinteresse, o addirittura una ostilità per il Meridione e per i suoi tuttora irrisolti problemi. Pensieri di questo genere avrebbero una parvenza di legittimità se la politica fino ad ora sviluppata a livello nazionale nel confronti degli abitanti del Sud italiano, fosse da questi ultimi giudicata complessivamente soddisfacente. Il che non è (come tutti sanno). In tali condizioni i “meridionalisti”, quando insorgono contro il progetto di aggregazione “padana”, hanno tutta l’aria di difendere non gli interessi dei loro rappresentati ad un autonomo sviluppo, ma soltanto le abitudini, i privilegi e le strutture clientelari in cui si è decomposta fin qui la così detta “politica per il Sud”.

Allora il ragionamento da fare è questo: non è forse praticamente più produttivo e formalmente più corretto, chiedere alle Regioni in cui il Meridione attualmente si disarticola di raggrupparsi stabilmente per definire prima e poi gestire, in modo finalmente davvero autonomo, le scelte relative al tipo di avvenire verso cui tendere, tutti insieme, classi dirigenti e popolazioni del Sud?
Considerata la pietosa esperienza dello Stato “nazionale-unitario” - cioè dell’ “ammucchiata”, che, lungi dal contrastare il tradizionale clientelismo, lo ha ad-dirittura esteso al resto del Paese - l’unica esperienza alternativa da tentare è quella costituita dalla consapevole integrazione tra grandi aggregazioni geo-economicamente omogenee: il Nord, il Centro, il Sud (più le due isole autonome). 

E vengo alla seconda obiezione. Si dice: il presidente Fanti (Guido Fanti, allora governatore dell’Emilia Romagna, ndr) ha lanciato l’idea della “Padania” perché i comunisti controllano già - di fatto o in prospettiva - la maggioranza delle Regioni che in quel progetto dovrebbero essere implicate. Può darsi che sia così. Ma non credo affatto che una attesa di questo genere sia destinata a risolversi in un facile trionfo del “modello orientale”. Io sono convinto che l’ “eurocomunismo” (cioè l’espansione verso ovest attraverso sostanziali modificazioni del tipo di assetto economico-politico in vigore all’Est) costituisca uno sviluppo inevitabile. Ma credo anche che si tratterà di una trasformazione faticosa, tormentosa e pericolosa (per tutti: a cominciare dai comunisti): una trasformazio-ne che troverà i suoi momenti decisivi proprio là dove estesi ceti medi, abituati ad un livello di vita continuamente crescente, sembrano pronti a difendere il controllo di una parte dei mezzi di produzione come un diritto originario e non ad accettarlo come una graziosa concessione del potere politico. 

Una situazione sociale di questo genere si ha proprio nel “poligono padano”: non certo nel Sud, dove, se non s’aggrega presto una classe politica locale degna di questo nome e sopra tutto autonoma, l’instaurazione di un regime comunista del tipo bulgaro (tanto per fare un esempio), ad un certo pun-to, potrebbe non essere oggettivamente poi molto difficile. Certo, si tratta di rompere con venerate tradizioni sentimentali; ma io credo davvero che sia ora di pensar meno all’“Italia” (che è un’astrazione) e piuttosto invece agli “Italiani”, che sono una realtà concreta. Del resto nelle buone famiglie di una volta, quando le cose andavano male, che cosa si faceva? Il genitore “responsabilizzava” i figli mandandoli a cercare individualmente quella fortuna che, stando tutti in casa, non avevano saputo o potuto trovare.